Ci sono cose che non riesco proprio a capire. Tipo il dress code.
Leggevo oggi un articolo sul dress code, che intima il malcapitato lettore a stare attento al proprio vestiario, millantando la possibilità di offendere le persone attorno, ridicolizzare sé stess*, provocare guerre nucleari come nemmeno l'ultimo disco di Gigi d'Alessio potrebbe fare
Ecco, boh... io proprio non riesco a capire. Sarà che son stambo, ma io i vestiti manco li vedo. A volte mi incuriosiscono quelli più stravaganti (ok, Lorenzo, non barare: su quelli più strambi ridi perfidamente come la peggiore pettegola. SIAMO ONESTIH), ma di media non ricordo cosa indossano le persone.
Sarà che la gente la preferisco nuda, ma il vestiario ha sempre contato zero.
Però alla fine, devo dirlo, mi spiace. A me piacerebbe comprendere le regole del vestirsi bene. Perché alla fine, nello strambo mondo in cui viviamo, anche il #macometivesti è comunicazione.
I nostri vestiti comunicano qualcosa. E in questo periodo sono sempre più interessato a cosa comunico oltre alle mie parole.
Quindi ho deciso, per il 2018-2019, di cominciare a cercare di capire cosa comunico con il mio aspetto fisico. Non per diventare un phyghetto, non necessariamente almeno, ma per essere cosciente e comprendere meglio alcune reazioni degli strambi esseri umani che mi circondano.
Spero non mi costi troppo...
Lo
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giovedì 27 settembre 2018
giovedì 20 settembre 2018
La normatività
Vu mi ha fatto venire in mente un concetto importante, oggi.
L'importanza, all'interno della comunicazione, della sorpresa. Il che è collegato alla normatività.
Fatemi spiegare meglio.
Prendiamo un fenomeno come lo sciopero. I primi scioperi erano fortemente osteggiati dalla legge: scioperare era un atto forte, che aveva conseguenze pratiche e fortemente negative per chi scioperava, e quindi era un gesto che aveva un significato forte, e quindi delle conseguenze sulla popolazione. Non necessariamente positive, ma colpiva, faceva parlare del problema, ed alla lunga cambiava le cose.
Tanto che le condizioni dei lavoratori sono pian piano migliorate, e pian piano si è cominciato a parlare di diritto allo sciopero.
Tanto che le condizioni dei lavoratori sono pian piano migliorate, e pian piano si è cominciato a parlare di diritto allo sciopero.
Cosa ne è rimasto oggi?
Lo sciopero è talmente abituale, talmente sovrautilizzato, che nessuno ci fa praticamente più caso. Se sentiamo di uno sciopero al TG, la nostra reazione è blanda. A meno di non avere particolare interesse per le condizioni dei lavoratori, è probabile che non capiamo nemmeno le ragioni dello sciopero, e bolliamo chi sciopera come fancazzista.
Questo è perché lo sciopero è stato "normalizzato".
Un meccanismo normale dei progressi sociali: semplificando molto, dato in un certo momento un equilibrio sociale, arriva qualcuno che rompe questo equilibrio. Le acque si agitano, ma ad un certo punto la società si riassesta su un nuovo equilibrio, che assorbe il cambiamento sociale. Dal momento in cui il cambiamento è normalizzato, nessuno si stupisce più perché è all'interno dell'equilibrio.
Il problema è che, spesso, il cambiamento non viene assorbito in toto. Guardate la variopinta scena LGBT degli anni '70, che scandalizzava i benpensanti, e guardate la situazione oggi in cui alcuni omosessuali non desideravano le unioni civili per evitare di far troppo rumore e non esser pestati per strada: l'omosessualità è stata normalizzata, nel senso che oggi va bene se sei gay, ma non devi pretendere troppi diritti perché altrimenti ostenti. Finché mimi le relazioni etero vai bene.
Che pippone... ma avevo bisogno di buttarlo giù per capire meglio anche io.
Comunque stamani, per vostra informazione, non ho voglia di fare un cazzo.
Lo
giovedì 17 maggio 2012
Solidarietà...
Su Facebook ho provato la frase a effetto, dicendo che discriminare per i gusti sessuali è come discriminare per i gusti culinari, ma il fatto che l'unico cibo che non mangio sono i piselli la frase mi riusciva piuttosto male.
Lo
venerdì 6 aprile 2012
Barriere in fibra ottica
Ricordate questo mio post sulla differenza fra l'io reale e quello proiettato in rete mediante la chat? Ecco, qualcuno ha pensato bene di farci una vignetta.
E' la dannata verità. Non per me, ma per buona parte dell'universo si.
Lo
domenica 29 gennaio 2012
Sorridere o mettere uno smile?
La comunicazione moderna avviene, in gran parte, sul web. Bella cosa, eh? Potersi sentire vicini nonostante la lontananza... mi è successo di chiamare gente su Skype che era a migliaia di chilometri di distanza e sentirla la vicina a me, è più semplice organizzarsi con gli amici, è più semplice qualunque cosa. Ma tutto ciò vale fino a che la rete è usata in modo decente e sano.
Perché il poter comunicare facilmente ha un rovescio della medaglia. Il non essere fisicamente presenti rende la comunicazione completamente diversa, più "impersonale" se volete. Mancano tante cose: le espressioni facciali, la gestualità, il luogo, l'intonazione... son cose che prendono una banale sequenza di parole e la rendono una conversazione. E' per questo che son nate le emoticon, che la gente ha cominciato a scrivere in maiuscolo per urlare, ad usare artifici grafici per aggiungere una descrizione di come queste parole sono state pronunciate.
Il giocattolo si rompe improvvisamente quando ci rendiamo conto che la reale espressione facciale è completamente dissociata dall'espressione descritta dalla faccina. Io ora posso infarcire il mio messaggio di :) :) e XD, ma la mia faccia è seria, determinata, anche un po' incazzata (questo messaggio è ispirato da una storia vera). Posso dare un tono assolutamente artificiale alle mie parole senza essere tradito, che so, da una smorfia o da un tono particolarmente acido. E' questo che non mi piace della rete: finché non conosci una persona "dal vivo" non puoi dire di averci mai parlato veramente. A meno che non si palesi per quel che è, chiaramente...
Perché il poter comunicare facilmente ha un rovescio della medaglia. Il non essere fisicamente presenti rende la comunicazione completamente diversa, più "impersonale" se volete. Mancano tante cose: le espressioni facciali, la gestualità, il luogo, l'intonazione... son cose che prendono una banale sequenza di parole e la rendono una conversazione. E' per questo che son nate le emoticon, che la gente ha cominciato a scrivere in maiuscolo per urlare, ad usare artifici grafici per aggiungere una descrizione di come queste parole sono state pronunciate.
Il giocattolo si rompe improvvisamente quando ci rendiamo conto che la reale espressione facciale è completamente dissociata dall'espressione descritta dalla faccina. Io ora posso infarcire il mio messaggio di :) :) e XD, ma la mia faccia è seria, determinata, anche un po' incazzata (questo messaggio è ispirato da una storia vera). Posso dare un tono assolutamente artificiale alle mie parole senza essere tradito, che so, da una smorfia o da un tono particolarmente acido. E' questo che non mi piace della rete: finché non conosci una persona "dal vivo" non puoi dire di averci mai parlato veramente. A meno che non si palesi per quel che è, chiaramente...
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